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Perché intervenire sul tema del lavoro autonomo

Nell’ambito della struttura del tessuto economico e sociale italiano, un ruolo cruciale è svolto dalla categoria dei lavoratori autonomi e dei piccoli imprenditori. Una realtà per molti aspetti difficile da comprendere con i tradizionali strumenti di analisi e che reclama soluzioni per molti aspetti nuove.

Si è soliti sostenere che uno dei tratti distintivi del nostro sistema economico, e forse il punto di forza, sia rappresentato dalle piccole imprese a conduzione perlopiù familiare, un mondo spesso contrapposto a quello di ‘‘poche’’ grandi imprese. In questi ultimi anni, tuttavia, a seguito anche dell’affermarsi delle nuove tecnologie dell’informazione e della globalizzazione dei mercati, si è assistito a profondi mutamenti nel sistema produttivo. Uno di questi che sta assumendo carattere sempre più strutturale è certamente quello organizzativo. Nel nuovo contesto le piccole imprese non sono soltanto il frutto di una libera scelta del lavoratore ma anche la conseguenza di un nuovo modello di organizzazione del lavoro che sfrutta le possibilità offerte dalle nuove tecnologie.

Questo fenomeno ha fatto il paio negli ultimi anni con l’espansione del lavoro autonomo, in particolare, nel settore dei servizi che sempre più caratterizza la nostra economia. Soprattutto nel settore terziario, infatti, il lavoro autonomo rappresenta un’alternativa significativa al lavoro subordinato. Questi cambiamenti nella struttura produttiva si riflettono in profondi mutamenti della società che coinvolgono la matrice sociale dei lavoratori autonomi di nuova generazione, diversi per reddito e per le caratteristiche dei loro rapporti di lavoro da quelli autonomi tradizionali (Emilio Barucci, Luisa Corazza, www.nelmerito.com).

Come il piccolo imprenditore, il lavoratore autonomo vive principalmente del proprio lavoro e porta all’interno della sua attività bisogni esistenziali e umani – quali quello di garantirsi un reddito stabile sufficiente al suo mantenimento e di realizzare la propria personalità professionale – esponendosi ad una molteplicità di rischi sociali (Orsola Razzolini, www.nelmerito.com).

Fra gli elementi che connotano il lavoro in forma autonoma emergono:

  • il livello delle competenze costantemente misurato con quanto richiesto dal mercato che implica la necessità di un aggiornamento continuo. Questo doversi misurare quotidianamente con il mercato – e l’assenza, per molte professioni autonome, di Ordini di appartenenza che in qualche modo certificano le competenze – costringe il lavoratore autonomo ad essere più innovativo e a sviluppare doti relazionali;
  • l’altissima flessibilità in confronto al lavoro dipendente e, per contro, la mancanza di tutele sociali adeguate (trattamento pensionistico, previdenza in caso di malattia e maternità, welfare in generale) oltre a un trattamento fiscale differente;
  • la confusione nella classificazione dei lavoratori autonomi che molto spesso vengono classificati come imprese individuali, con ripercussioni sulla rilevazione statistica di questo fenomeno sia in termini numerici che di distribuzione sul territorio nazionale.(www.actainrete.org)

Da quest’ultimo punto discende la difficoltà a ricostruire un’esatta dimensione del fenomeno di cui si parla. Per dare una dimensione quantitativa all’attuale consistenza del nuovo lavoro autonomo occorre, infatti, affidarsi a stime.

Il CNEL valuta in oltre 3 milioni i lavoratori autonomi italiani. Altri esperti e studiosi attribuiscono in particolare al lavoro autonomo della conoscenza circa 1 milione di addetti, che possono raggiungere oltre 1,5 milioni se si calcolano i professionisti attivi nei servizi di cura alla persona. Pertanto, restando nell’ambito del lavoro ad alto contenuto di conoscenza, è possibile stimare - attribuendo ragionevolmente una concentrazione maggiore di tali occupazioni nelle regioni settentrionali - in circa 120-150.000 unità gli occupati indipendenti nella realtà piemontese, presenti per circa il 70% nel territorio della nostra provincia, per un totale di circa 80-100.000 addetti, incidendo per l’8-10% sul totale delle forze di lavoro. Tali stime sono peraltro in linea con quanto dichiarato in una ricognizione quantitativa più ampia realizzata da Torino Internazionale che dichiara 180.000 addetti nelle cosiddette posizioni di self employed e imprenditori individuali (Salvatore Cominu – blog www.torinonordovest.it).

Una lettura incrociata del “fenomeno lavoro” – dipendente e indipendente – dell’ultimo anno/anno e mezzo ci può indicare un ulteriore aggravamento della condizione del lavoro autonomo. Infatti, leggendo da un lato gli andamenti occupazionali del mercato del lavoro (e il relativo ingente ricorso agli ammortizzatori sociali ordinari, straordinari e in deroga) e dall’altra il boom di attivazioni di partite iva o l’avvio di attività in forma di impresa individuale, risulta evidente come stiano transitando dal lavoro dipendente al lavoro indipendente “sofferenze occupazionali” che cercano una risposta nell’autoimpiego. Il rischio che queste “sofferenze” non trovino soluzione nell’autoimpiego è alto: già tra 12-18 mesi potremo verificare se queste “nuove” occupazioni indipendenti avranno continuità oppure no.

Alcuni commentatori, al fine di sottolineare la situazione di allarme, hanno definito questo nuovo e massiccio ricorso all’autoimpiego come un fenomeno di “proletarizzazione del lavoro autonomo”. Occorre, inoltre, essere consapevoli che questa nuova ondata di lavoro indipendente “debole”, spesso caratterizzata dalla forte dipendenza da un unico committente, si aggiunge ad altri due identikit ovvero:

  • lavoratori autonomi che hanno alle spalle una precedente e significativa esperienza di lavoro dipendente e che si sono “messi in proprio” per volontà o necessità;
  • giovani lavoratori autonomi che hanno avuto accesso all’esperienza lavorativa direttamente nella sua forma autonoma senza precedenti esperienze da dipendente.

Oggi queste figure pagano un prezzo molto alto, essendo “sole” nella gestione della contrazione degli ordini, del credito, dei versamenti fiscali e previdenziali e nella gestione del proprio capitale umano e professionale, elemento quest’ultimo che, a fronte della crisi, abbisogna di un “check-up” per essere sostenuto e rilanciato verso nuovi mercati che nonostante la crisi, o nell’auspicabile esaurirsi della stessa, apriranno nuove opportunità.

Questi lavoratori indipendenti e aspiranti tali (riconducibili in modo significativo dal punto di vista previdenziale alla Gestione separata Inps/parasubordinati e titolari di partita IVA) affrontano l’attuale crisi privi o quasi di tutele sociali e di servizi di supporto.

Infatti, mentre per la creazione d’impresa esistono servizi ormai strutturati in capo a tutte le Province piemontesi – gli Sportelli Creazione Impresa http://www.regione.piemonte.it/lavoro/imprendi/imprendi/integrati.htm) di cui Mip: mettersi in proprio fa parte – per i lavoratori autonomi la situazione è certamente più deficitaria.

In questo contesto si inserisce la nuova iniziativa della Provincia di Torino, Apropartitaiva.

Home: Il lavoro autonomo Perchè intervenire